Si è da poco concluso a Torino il 29° Salone Internazionale del Libro, svoltosi dal 12 al 16 maggio scorso ed il cui titolo è stato quest’anno “Visioni”. Nell’ambito di un programma di incontri estremamente ampio e articolato, comprendente dibattiti, presentazioni, lezioni, letture e spettacoli, ci limitiamo a poche segnalazioni per invogliare a programmare sin d’ora una trasferta nel capoluogo piemontese in occasione della prossima edizione.
La prima citazione non può non andare alla casa editrice Claudiana, che, al di là della consueta partecipazione con un proprio spazio espositivo, ha organizzato all’interno del Salone la presentazione di due propri recenti volumi: la raccolta “Cieli su Torino”, presentata dal curatore Renzo Sicco, regista e attore, assieme a tre degli autori Alessandro Perissinotto, Fabio Geda e Darwin Pastorin, e lo studio “Gli Ebrei di Lutero” dello storico Thomas Kaufmann, discusso da Daniele Garrone, docente alla Facoltà Valdese di Teologia e autore della prefazione al volume, e dallo storico Adriano Prosperi, moderati da Samuele Bernardini, responsabile della libreria Claudiana di Milano.
Il primo volume, edizione accresciuta di una raccolta uscita per le Olimpiadi Invernali del 2006, racconta la trasformazione di Torino, da città industriale e operaia alla conversione turistica e culturale, sempre riservata ma più ospitale e orgogliosa di sé, attraverso lo sguardo, le emozioni e le impressioni personali di venti autori, tra i quali, oltre ai tre già citati, Laura Curino, Giuseppe Culicchia, Erri De Luca, Marina Jarre, Laura Mancinelli, Younis Tawfik, che a vario titolo l’hanno conosciuta, come città di nascita, di un periodo di vita o città adottiva.
Il secondo libro affronta invece la scomoda questione, per il Protestantesimo, degli scritti anti ebraici di Lutero, cercando di fornirne una contestualizzazione storica che consenta di interpretare in modo adeguato le affermazioni del monaco agostiniano. Da un’iniziale posizione liberale di accettazione incondizionata degli ebrei, Lutero, accompagnato da un costante sforzo, legato alla lettura cristologica dell’Antico Testamento, di convincere l’ebraismo del fatto che Cristo è il messia promesso, giunse infatti, nel livore di questa battaglia tra verità ed errore, sino a negare agli ebrei il diritto di permanenza in Europa.
Lutero non fu in effetti più antigiudaico del suo tempo: le misure contro gli ebrei che raccomanda erano già attuate in molti paesi d’Europa, quelli da cui non erano stati cacciati, le Chiese, l’intellighenzia del tempo, il popolo, erano tutti affetti dal virus dell’antigiudaismo. Ma non lo fu neppure di meno: sulla questione del rapporto con l’ebraismo, non seppe riformare nulla, allineandosi alla tradizione e facendo propria, acriticamente, un’immagine dell’ebraismo che ne era in realtà una caricatura.
Solo dopo la Shoà è iniziata, su questo punto, una lenta conversione dei cristiani e anche se non è detto che nella situazione storica, culturale e religiosa in cui in cui visse Lutero avremmo saputo far meglio, è doveroso oggi criticarlo e dissociarci radicalmente dalle sue posizioni su questo punto, cercando di costruire con gli ebrei una storia nuova rispetto al passato.
Molti incontri sono tornati su un tema di grande attualità quale quello dell’Islam, che tende a suscitare molte paure. Al riguardo, mentre si sente spesso parlare di radici cristiane dell’Europa, vi sono stati utili richiami alle nostre radici pagane ed ebraiche. E, come evidenziato da Piergiorgio Odifreddi in una mirabile lectio magistralis su “La matematica araba”, furono i musulmani europei, gli arabi di Spagna, nell’alto medioevo a salvare l’Europa dalle tenebre culturali in cui era sprofondata, impedendo con le proprie scuole, biblioteche, traduzioni, ricopiature, che andasse perduta quella cultura classica che avrebbe poi fornito gli strumenti per la rinascita del continente. Senza i matematici, i giuristi, i filosofi che operarono all’ombra delle moschee di Siviglia e Granada, traducendo e studiando Galeno, Tolomeo, Aristotele e molti altri autori antichi, le cui parole sarebbero altrimenti scomparse per sempre, non ci sarebbero stati in Europa un rinascimento e un umanesimo.
Infine, l’ultima citazione riguarda l’incontro, “Gesù e Pilato. Anatomia di una condanna”, confronto tra Corrado Augias, autore di “Le ultime diciotto ore di Gesù” e lo storico Aldo Schiavone autore di “Ponzio Pilato. Un enigma tra storia e memoria”.
Entrambi, nel proprio testo, indagando i documenti e dando la parola alle fonti, raccontano in modo appassionato e rigoroso gli eventi che portarono alla morte di Gesù, una vicenda che tutti conoscono ma molto più complessa di quanto crediamo. Senza intenti teologici o politici, ma cercando solo di contribuire a risolvere un enigma, Schiavone, con un taglio storico, e Augias, a metà tra saggio e romanzo, descrivono e spiegano quel che potrebbe essere accaduto.
Per Schiavone, Gesù non desiderava affatto morire ma non cerca in alcun modo di sfuggire alla condanna e Pilato fu quasi suggestionato a non contrastarne il disegno. Per Augias, che pur concentrandosi esclusivamente sulla vicenda umana e politica di Gesù, non tralascia l’esegesi teologica e l’interpretazione storica di alcune frasi dei vangeli, la condanna a morte di Gesù è l’inevitabile conclusione della sua sfida da profeta disarmato ai due maggiori poteri presenti sul territorio in quell’epoca, quello dei sommi sacerdoti e quello di Roma.
Il notevole afflusso di pubblico all’incontro, nonostante le molte alternative nel programma della domenica pomeriggio, testimonia il forte interesse anche dei non credenti verso la figura di Gesù, che ha saputo mettere in gioco la propria vita, sino a perderla.

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